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Dall' Homo Ludens al “Gambling Addicted”: quando il gioco diventa dipendenza

(Il Gioco D'Azzardo come nuova dipendenza patologica)

Il termine “gioco”, in italiano è ambiguo. L'inglese distingue utilmente tra play ( il gioco come insieme di regole per saper fare e per prevedere) e gambling, dove entrano i concetti di ricompensa  e di caso (fortuna). La maggioranza dei giochi ha regole conoscibili e il caso pur facendo parte del gioco, può essere contrastato o incorporato in un modo costruttivo in strategie sensate di gioco. Il gioco del calcio, il gioco del bridge, la corsa ad ostacoli, fanno parte di questo tipo di “gioco”. Nel gioco come gambling notiamo un guadagno possibile noto  (di solito si tratta di denaro), per la cui acquisizione il giocatore mette un valore in palio. Ma la sua acquisizione non dipende da regole o dall'abilità, quanto piuttosto dal caso.

Anche se poi il giocatore, crede di essere in grado di conoscere le “regole”, o comunque di capirne i capricci o di saperne  guidare le ” scelte”, grazie ad illusorie capacità strategiche o personali. Ci sono meccanismi psicologici (distorsioni cognitive) che fanno sviluppare negli esseri umani la convinzione illusoria di poter controllare il gioco, tramite la sua abilità o alla sua astuzia. Credono di poter elaborare strategie per “ vincere” il caso. Insomma il giocatore si costruisce ipotesi strategiche atte a predire l'esito del gioco, o a influenzare l'esito basandosi su percezioni erronee e stabilendo relazioni erronee tra fatti in realtà non correlati

. Il fascino del gioco nasce dal fascino dell' alternanza  tra eccitazione dell'attesa e rilassamento dopo aver saputo il risultato. Ma nella misura in cui si sa sempre più velocemente il risultato, cui si può rispondere ancor più in fretta con una nuova posta , l'eccitazione aumenta, specialmente poi se è il giocatore a operare, e non una terza persona. Questo stato di rilassamento si trasforma allora in un momento di sfinimento fisico e psichico, riportato alla fine del periodo di gioco, di solito allorquando non c'è più denaro. L'eventuale vincita iniziale, giustifica le illusioni di vincita, e la ricerca di una strategia che permetta di “ capire “ come il caso giochi nella fattispecie.

La Gambling addiction o gioco d'azzardo patologico è una delle prime forme di “dipendenza senza droga” studiate che ha ben presto attratto l'interesse della psicologia e della psichiatria, ma anche dei mezzi di comunicazione di massa, degli scrittori e dei registi, al punto che si continua spesso a riparlarne in relazione alle sue conseguenze piuttosto serie sulla salute ed in particolare sull'equilibrio mentale che questo tipo di problema è in grado di produrre. Nella ludodipendenza il vero senso del gioco, attraverso cui si può costruire e scoprire il Sè - quello che vuol dire libertà, creatività, apprendimento di regole e ruoli, sospendendo le conseguenze reali - viene completamente ribaltato per trasformare la cosiddetta “oasi della gioia” in una “gabbia del Sé”, fatta di schiavitù, ossessione, ripetitività.

Ripercorrendo una panoramica sul gambling nella storia dell'uomo ci rendiamo conto che l'attività giocosa che concerne la manipolazione di elementi aleatori, che vanno dai numeri ai simboli, rappresenta una tradizione degli esseri umani verso la quale l'uomo è propenso anche in virtù dell'eredità, mai completamente abbandonata, della modalità di pensiero magico-onnipotente, che spesso spinge ad associare al gioco il rischio dei propri beni e del denaro. È proprio sulla base di tale naturale propensione verso il gioco d'azzardo, che nella storia e nel tempo si sono sviluppate molteplici forme di giochi di rischio associati quasi sempre al “caso” e di cui esistono tracce sia nei reperti archeologici (dadi e oggetti similari), che negli antichi manoscritti relativi ai popoli orientali dell'antico Egitto, della Cina, del Giappone e dell'India, ma anche nelle narrazioni sull'antica Grecia legate alle scommesse degli indovini sui risultati dei giochi olimpici e sull'antica Roma dove sui combattimenti dei gladiatori si poteva scommettere con delle puntate, le cosiddette “munera”.

La diffusione globale del gioco d'azzardo trova conferma nella stessa etimologia della parola “azzardo” che deriva dal francese “hasard” , una parola a sua volta di origine araba e derivante dal termine “az-zahr” che designava il “dado”, uno dei più antichi oggetti a cui si lega la tradizione del gioco sociale di scommessa. Lo sviluppo sociale del problema del gioco d'azzardo è in parte favorita anche dalle crescenti possibilità di scelta tra una vasta gamma di tipologie di gioco, ormai sempre più legalizzate, che riescono a rispondere alle simpatie dei giocatori con diverse propensioni e con differenti personalità.

Così i giocatori d'azzardo vanno dagli amanti della trasgressione da gran salone, come quella dei giochi da Casinò e delle slot-machine, agli appassionati dei videogiochi che si lasciano conquistare dai sempre più diffusi videopoker, agli appassionati dei giochi d'azzardo popolari, come le lotterie, il gioco di numeri e di schedine, fino al Bingo, la moderna trasformazione del gioco della tombola, che riesce a conquistare anche interi gruppi grazie al suo profondo legame con il vissuto di una concessa usanza festiva a dimensione familiare. Non per ultimi i nuovi giochi tipo “winforlife” che promettono una rendita per 20 anni in un momento in cui le certezze lavorative vanno sempre di più scemando. Si stanno sviluppando dunque tutta una serie di giochi il cui esito è istantaneo e perciò poterebbe più facilmente essere oggetto di compulsione, solido terreno per lo sviluppo di dipendenze. Come mai non si diventa dipendenti dalla Lotteria Nazionale? Il discorso è semplice: l'esito del concorso non è immediato, ma presuppone un'unica estrazione a gennaio, quindi non potrebbe contenere elementi di compulsività, per cui la probabilità di diventare dipendenti da questo tipo di giochi potrebbe essere molto remota, se non del tutto nulla. Ecco perché si stanno intensificando i giochi ad esito quasi immediato. Se pensiamo anche al “lotto” che fino a pochi anni fa prevedeva un'unica estrazione settimanale, poi si è passati a tre estrazioni settimanali, fino ad avere oggi anche estrazioni istantanee.

Lo Stato sta continuando ad elargire e promuovere una vera e propria cultura del gioco, ma c'è da chiedersi: sta predisponendo dei servizi per tutelare e prevenire il gambling compulsivo? Non è questa la sede per affrontare determinate tematiche che assumerebbero carattere politico. Questa vuole essere una mera trattazione scientifica sull'argomento, che di certo non potrà non far scaturire degli spunti di riflessione per tutta la comunità scientifica.

Chiediamoci come mai il “gioco” ha sempre attratto l'uomo fin dalla notte dei tempi. Prima di essere faber l'uomo è ludens. Se osserviamo i bambini ci rendiamo conto che essi ,attraverso il gioco, si misurano con i propri limiti e prendono coscienza delle proprie qualità e delle proprie potenzialità provando l'ebbrezza della vittoria o la frustrazione del perdere. Attraverso il gioco ogni bambino può anche fingersi “altro da sé” e sperimentare con la finzione e la fantasia nuovi ruoli, nuovo apprendimenti, nuovi mondi . 

Tuttavia il ricorso ed il bisogno di gioco non è una caratteristica legata solo all'infanzia, ed i giochi ai quali “gli uomini giocano”, come bene ha spiegato Caillois (Les Hommes et les Jeux, Parigi, 1957) sono raggruppabili in quattro grosse categorie: i giochi di competizione (Agon: la lotta, la corsa, gli scacchi etc), i giochi di travestimento (Mimicry: i giochi di simulazione, il teatro, la maschera, il carnevale, ecc), i giochi di vertigine (Ilinx: le montagne russe, il jumping, l'altalena, ecc). Accanto a questi giochi che appartengono anche al regno animale (si pensi alla competizione ed al mimetismo) esiste però un tipo di gioco tipicamente umano: il gioco di Alea (dal latino alea : dado).

Un gioco il cui risultato dipende dal caso, dalla fortuna: è imprevedibile ed incontrollabile con gli strumenti della razionalità. E qui sta il suo fascino, la sua attrazione ed anche per molti la sua dannazione. E' questo un gioco probabilmente sconosciuto agli animali i quali , così presi dalla sopravvivenza materiale e quotidiana , non si possono interrogare intorno al loro destino ed affidare o chiedere alla fortuna il responso.E la storia dell'umanità, come l'archeologia, la mitologia e la letteratura insegnano, è intrisa di giochi di alea, di superstizioni, di tentativi di interpretare il futuro, il destino, il volere degli dei.

Oggi però il gioco degli adulti viene considerato sempre più come elemento “distraente” dal lavoro che si configura come la principale attività “seria” dell'uomo. Ma per molti “questa distrazione” diventa talmente coinvolgente “e seria” da perdere la dimensione ludica e di intrattenimento. Ciò che appare incomprensibile tuttavia ad alcuni è come - in un'epoca che si pensa dominata dalla razionalità - non solo gli uomini giochino, ma si appellino al caso, alla fortuna, alla magia per avere una risposta ai loro problemi. Diverse sono le funzioni che svolge il gioco d'azzardo. Per molti può costituire un antidoto alla depressione, per altri la possibilità di socializzare, per altri ancora la possibilità di vivere un'avventura, una parentesi, inseguire un sogno.

E' stato ad esempio evidenziato come nei periodi di diffuso benessere ed ottimismo ci si rivolga ai giochi d'azzardo per rispondere ad un bisogno di tipo ludico, di distrazione, di divertimento mentre nei periodi di difficoltà si rivolga al gioco per compensazione : sperando in una vincita che appiani i problemi o possa realizzare un sogno. Nei periodi di diffusa incertezza rispetto a se ed al futuro come quello che stiamo vivendo, invece ci si rivolge al gioco d'azzardo per trovare un “luogo di regressione”, di distacco, un'oasi in un deserto di relazioni e di prospettive : un “luogo” dove si mettono tra parentesi i problemi della quotidianità, le frustrazioni. Un luogo dove ci si appella, si sfida, si corteggia il caso e se questo ci premia ci possiamo sentire scelti e se questo non ci premia è sempre possibile rifarsi.

di Roberto Di Polito

“Curare” o “Prendersi cura?”

(Il ruolo della Psicologia in ambito oncologico)

 

Quando parliamo di oncologia subito ci torna alla mente la parola “cancro”, con tutti i significati negativi, che culturalmente sono associati a questa. Non si può non osservare come da molti anni la patologia neoplasica rappresenta un grave problema dal punto di vista della salute sia individuale che collettiva. In questi anni, infatti, abbiamo assistito a numerosi progressi scientifici in ambito oncologico, che hanno senza alcun dubbio determinato un netto miglioramento degli approcci terapeutici alla malattia con un considerevole aumento della sopravvivenza dei pazienti. 

Nonostante tutti questi progressi il “cancro” resta comunque una delle malattie ad elevata diffusione, nonché una delle principali cause di morte in tutto il mondo. Tutto ciò non può che creare nell’immaginario collettivo la percezione di un evento terribile, incontrollabile e mortale. Infatti quando si parla di “cancro” subito riecheggiano nella nostra mente i due concetti più correlati, ovvero quello di “malattia” e “morte”. Il paziente che riceve una diagnosi di neoplasia si chiede subito: “….allora morirò?” 

Risulta evidente che tra le malattie a minaccia per la vita, quella neoplastica rappresenta l’evento più stressante e traumatico con il quale chi ne è colpito deve confrontarsi. È un evento molto forte dunque quello della “malattia”, e va a colpire quelle che sono le dimensioni principali su cui si fondano  l’identità e l’unicità dell’essere umano, ovvero la dimensione fisica, quella psicologica, quella spirituale ed esistenziale e, non per ultima, quella relazionale. Ecco perché la dicotomia Mente-Corpo perde di significato ed emerge un continuum Mente–Corpo in cui “curare” la malattia non basta, pertanto bisogna “prendersi cura” del paziente nella tua totalità. 

Quando ci si trova di fronte ad una diagnosi di tumore, al di là di quelle che potrebbero essere delle necessità assistenziali e di cura “del corpo” in senso stretto, emergono dei veri e propri bisogni psicologici, come: 1) il bisogno di rassicurazione e di vicinanza emotiva da parte dei familiari e dell’equipe curante; 2) il bisogno chiarezza delle informazioni ricevute sulla malattia; 3)il bisogno di ridefinire il proprio quotidiano a seguito della diagnosi. Sulla base di tali bisogni, non è molto insolito che emergano emozioni come rabbia, paura ed sensi di colpa. 

Questo tipo di emozioni potrebbero trasformarsi in una vera e propria sintomatologia orientata su due livelli: “ansioso” e “depressivo”(tabella 1). Non di secondo piano potrebbero essere le difficoltà legate ad un normale funzionamento della persona (tabella 2). La disciplina chiamata Psico-oncologia, che si è sviluppata nel corso degli ultimi anni, costituisce un solido riferimento per tutte le figure professionali (oncologi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti) che hanno una visione olistica ovvero “globale” del malato nell’ambito del trattamento della patologia neoplastica. Il chiaro intento è quello di tutelare e favorire una migliore qualità della vita del paziente, considerandolo nella sua “totalità” e “complessità”. 

TABELLA1

TABELLA2

In Italia esiste la SIPO (Società Italiana di Psico Oncologia) che è una società scientifica che si occupa dello studio e della divulgazione di risultati utili per trovare nuovi modi di affrontare la malattia oncologica in cui venga salvaguardato quel continuum Mente-Corpo attraverso una “presa in carico globale del paziente oncologico”. Per questo motivo questa disciplina ha come obiettivo il “rispetto” della vita e della persona umana, nonché della famiglia e dei vari nuclei di convivenza, compreso il diritto alla tutela delle relazioni e degli affetti. 

Inoltre il concetto di dolore e la considerazione dello stesso hanno reso fondamentale l’obiettivo del sostegno psicologico nelle diverse fasi della malattia. Tutto questo discorso può essere riassunto in un “prendersi cura” del paziente oncologico nella sua globalità. Non possiamo non accorgerci che comunque una diagnosi di “cancro” non investe nell’immediato soltanto il “paziente”, ma anche l’ambito familiare, lavorativo e sociale della persona interessata dalla diagnosi, fino ad interessare anche “l’equipe curante” (burn-out). E’ una disciplina specialistica che si occupa degli aspetti psicologici legati alle malattie oncologiche e che approfondisce in particolare: 1) L’impatto psicologico e sociale della malattia sul paziente, la sua famiglia e l’équipe curante; 2) Il ruolo dei fattori psicologici nella prevenzione, nella diagnosi precoce e nella cura dei tumori.

di Roberto Di Polito

esempio di costellazioni in individuale

Cosa sono le Costellazioni Familiari Sistemiche ed in cosa consiste questa Tecnica?

 

Le Costellazioni Familiari secondo il metodo di Bert Hellinger, sono assai diffuse nei paesi di lingua tedesca ed ora cominciano ad essere conosciute nel resto del mondo per la profondità e l'efficacia. Vengono utilizzate nei più disparati campi della vita associativa, laddove esistono dei sistemi, per questo si chiamano anche Costellazioni sistemico-fenomenologiche. Si stanno mostrando un valido ausilio nella mediazione e nella terapia familiare, di gruppo, di coppia, individuale, nella scuola, negli ospedali, negli uffici, nelle aziende, nelle carceri ed in tutte le organizzazioni.

La loro caratteristica peculiare è quella di fare riferimento agli "Ordini dell'Amore" e alle forze guaritrici delle origini del sistema familiare. Immediato risulta l'impatto nel lavoro consistente la messa in scena della famiglia. Subito vengono alla luce, sotto gli occhi dei partecipanti agli incontri, i legami con le origini e con ciò che tiene "legati, irretiti, connessi". Portati da una "Forza più grande", velata a livello consapevole ma ben visibile alla nostra parte profonda, la "risonanza del campo morfogenetico" si lascia percepire e vedere nei movimenti e sentimenti in cui le persone che ne sono immerse si muovono e svelano nel descrivere sentimenti non propri.

 Un membro della famiglia escluso o dimenticato a causa magari di un destino difficile, peserà molto nel destino delle generazioni future finche non venga reinserito ed abbia un posto nel nucleo di appartenenza. Se per esempio nella storia familiare ci sono un fratello o un  fidanzato sparito in guerra, un bimbo morto in  giovane età o abortito dai genitori, una donna morta di parto, ecc., succede che un altro membro della famiglia delle generazioni seguenti sostituisca inconsapevolmente chi è stato escluso e ne imiti il destino,  manifestando le sue emozioni ed i suoi sintomi, o cerchi di seguirlo nella morte. 

Se qualcuno non si è preso la responsabilità di una  colpa grave, un bambino poi tenterà in seguito di espiare questa colpa, pagandone il prezzo con la sua salute, con la sua felicità, con il suo successo nella vita. Il metodo delle Costellazioni Familiari permette di mettere in scena il campo d'influenza della propria famiglia, (campo cosciente, o campo morfogenetico). Attraverso la messa in scena della famiglia, vengono portate alla luce le dinamiche nascoste che ci mantengono legati alla nostra famiglia e ci fanno appartenere a quel gruppo.

 Queste dinamiche ci spingono ad attuare dei comportamenti che condizionano sia la nostra vita che i nostri sentimenti, senza che questi ci appartengano. I segreti che fanno parte della storia della nostra famiglia possono essere un forte destabilizzatore del sistema familiare, quindi qualcuno (un membro della famiglia) dovrà farsi carico di impersonare questi segreti  (seguendo magari un destino difficile), finche non vengano portati alla luce permettendo forse di  trovare una buona soluzione. 

In che modo si procede: si scelgono dal gruppo dei partecipanti alcune persone che rappresentino i vari membri della famiglia e si dispongono nello spazio in relazione l'uno con l'altro. In questo modo, secondo il posto che questi occupano come sostituti di membri familiari, possono essere individuati i legami nascosti (con chi si è connessi) il punto in cui, secondo Hellinger, agisce “l'amore”, nonchè i segreti irrivelati, che sono gli artefici del benessere e della gioia o di malattia e disgrazia. Il conduttore lavora in sintonia con le forze che agiscono e guidano il campo, finché non si arrivi ad uno stato di calma tra i partecipanti alla rappresentazione, dove le tensioni spariscono immediatamente ed arriva allora la Pace per tutti. 

Questo è un indice che la situazione ha raggiunto un’ordine e si è trovata una buona soluzione. Nel  riconoscimento del movimento dell'anima che ci spinge a riconciliarci con i nostri familiari vengono reintegrati nel gruppo familiare anche quelli che erano stati esclusi o dimenticati.    Le buone soluzioni aiutano ad avere un posto nel gruppo familiare e nella vita, liberi dagli “irretimenti”. Questo lavoro ha un effetto benefico su ogni membro del sistema familiare, anche se non è necessario che siano presenti al lavoro con le costellazioni tutti i membri della famiglia perché il lavoro abbia effetto. (La messa in scena della famiglia ed i suoi effetti si attivano in quello che Hellinger chiama “campo morfogenetico” ed in base al principio di “risonanza”, abbraccia tutti gli appartenenti al di la della loro presenza nel gruppo di lavoro.

 di Roberto Di Polito

 

corsi di training autogeno

Come rigenerarsi attraverso il Training Autogeno e le tecniche distensive.

 

Attualmente, tutti noi viviamo in un' epoca caratterizzata da fatica, stress e tensioni che fanno ormai parte della nostra vita quotidiana. I nostri impegni, nonché le nostre preoccupazioni riguardo al futuro, gli orari da rispettare, sembrano non permetterci di  concedere qualche pausa di rilassamento al nostro corpo e  soprattutto alla nostra mente. Immaginiamo ad una giornata in ufficio, dove, dopo una pausa pranzo di mezz’ora, dobbiamo tornare a lavoro e ci vengono richieste le stesse prestazioni della mattina. Una volta si poteva fare una pausa più lunga e molti si concedevano il cosiddetto “riposino pomeridiano”. Oggi tutto ciò non è più possibile ed allora: “come rigenerarci….?”  La tecnica del Training Autogeno (Training = Allenamento; Autogeno = Che si genera da sé) è stata studiata appositamente per questo scopo, consentendoci di raggiungere il totale rilassamento fisico e psichico ed aiutandoci a ritrovare la nostra autostima, tramite una serie di esercizi da svolgere mentalmente e assumendo delle ben determinate posizioni. Il suo ideatore J.H. Schultz, lo ha reso il più famoso metodo di autodistensione e di rilassamento, finalizzato al recupero psico-fisico.

 

Infatti il training autogeno è definito come “metodo di autodistensione da concentrazione psichica passiva, che consente di modificare situazioni psichiche e somatiche”.  Si è rivelato molto utile per eliminare ansia, insonnia, stress, ed è una tecnica molto utilizzata per aumentare le prestazioni psicofisiche in ogni settore. Il T.A. lavora sul principio tensione-distensione, per cui un allenamento regolare a questa tecnica è indicato per curare numerose patologie psicosomatiche, e può essere un valido ausilio per liberare le nostre forze di autoguarigione, nonchè superare i nostri blocchi e le nostre difficoltà mentali. Può anche essere utilizzato come supporto per eliminare abitudini nocive e dipendenze (fumo, alcol, ecc.). Il Training Autogeno è inoltre uno strumento utile alle persone cosiddette “sane” nella vita di tutti i giorni, per riscoprire, per conservare e per migliorare la propria capacità di essere individui armonici e sereni, attraverso una piacevole sensazione di benessere psico-fisico. A questo punto possiamo immaginare il training autogeno come un'isola su cui possiamo rifugiarci quando abbiamo bisogno di staccare la spina, di riprendere contatto con i nostri desideri,  e, non per ultimo, di liberarci dallo stress della vita quotidiana.  È  una "tecnica di autodistensione", ovvero una tecnica di rilassamento profondo che porta a ritrovare la propria serenità, allontanandosi temporaneamente dalle situazioni che affollano la nostra esistenza ogni giorno.

 

Proviamo ad immaginare che le situazioni che viviamo ogni giorno siano come un paio di occhiali scuri: il training autogeno ci permette di toglierli per un momento e di vedere meglio cosa c'è al di là del nostro sguardo, senza impedimento alcuno. Ci permette cioè di percepire le sensazioni che proveremmo se non fossimo pressati da pensieri,  impegni , ecc..  Imparare questa tecnica ed esercitarsi costantemente è un modo per diventare più padroni di sé, del proprio corpo e dei propri pensieri. Così facendo saremmo più pronti a superare le tensioni e riuscire, con la giusta lucidità, anche a prendere decisioni importanti. Questi facili esercizi coinvolgono soprattutto il pensiero, ma nello stesso tempo anche il nostro corpo ne trae giovamento. È dunque una tecnica che crea armonia in quel continuum mente-corpo. In breve è come se, con il pensiero, facessimo un massaggio al nostro corpo e alla nostra anima e quanto più spesso ripetiamo questo massaggio, tanto più ne sentiremo i benefici. Chi pratica con costanza il training diventa meno sensibile a quegli stimoli stressanti che a lungo andare provocano vari disturbi, dalle contrazioni muscolari (in particolare nella zona delle spalle e della nuca), alla tachicardia, ecc. Perchè gli esercizi siano efficaci ed abbiano dunque il giusto effetto, però, bisogna imparare a eseguirli correttamente, seguiti da un professionista.

 

Bisogna seguire un addestramento costante e  con fiducia. Questi esercizi possono essere eseguiti ovunque ci troviamo ( a casa, ma anche in ufficio..). Ovviamente bisogna fare attenzione a non praticare gli esercizi  se ci troviamo a svolgere compiti che necessitano di molta attenzione (per esempio la guida). È importante ricordare sempre che la REGOLARITA’ e la  COSTANZA sono gli aspetti fondamentali di questa tecnica per quanto riguarda l’esecuzione degli esercizi. Seguendo queste due regole fondamentali i risultati non si faranno attendere.  In questo tipo di tecnica si viene guidati costantemente dal trainer a svolgere degli esercizi facilissimi, ma nello stesso tempo molto importanti che verranno “assimilati” (un po’ come imparare ad andare in bicicletta) ed entreranno a far parte della struttura di chi li esegue, tanto da permettergli di superare quegli stati d'animo confusi e quell'ansia che a volte ci pervade (senza saperne il perché), e che tanto infastidiscono e limitano  la nostra esistenza.

 

di Roberto Di Polito

 

“Nuovi Itinerari sul Disagio Psico-Sociale”

Si tenuto lo scorso 1 dicembre 2007 a Venosa (PZ) un incontro dal titolo “Disagio Psico-Sociale, Nuovi Itinerari, Costellazioni Familiari Sisitemiche”. L'evento è nato dalla collaborazione tra l'Europa Counseling ed il Comune di Venosa e costituisce uno dei primi passi all'interno di un progetto di “prendersi cura” e di prevenzione del “Disagio Psico-Sociale” nella cittadina oraziana. Numerose sono state le istituzioni coinvolte ed i cittadini presenti. L'incontro è stato organizzato dal dott. Roberto Di Polito (Psicologo dell'Europa Counseling) ed è stato condotto dalla dott.ssa Paola Felici (Psicologa-Psicoterapeuta e Presidente dell'Europa Counseling). L'attenzione è stata rivolta in particolare al sostegno ed alla formazione dei professionisti che operano nel Sociale, fornendo nuovi strumenti di lettura e di intervento nell'ambito dei diversi sistemi (dalla famiglia, alla scuola, alle istituzioni ed organizzazioni) fornendo una modalità di approccio che ben si integri con le competenze di ogni operatore.

L'utilizzo del metodo delle costellazioni familiari sistemiche può essere un valido ausilio sia nella mediazione che nella terapia familiare, di gruppo, di coppia, individuale, nella scuola, negli ospedali, negli uffici, nelle aziende, nelle carceri ed in tutte le organizzazioni. La loro caratteristica peculiare è quella di fare riferimento agli "Ordini che regolano la Vita e le Relazioni" e alle forze guaritrici delle origini del sistema familiare. Infatti è proprio attraverso le “rappresentazioni” che possono agire e si possono ri-elaborare vissuti personali. Tutto ciò agisce all'interno del “campo morfogenetico” che diventa un “grande contenitore di esperienze” utili per attuare un processo di elaborazione dell'esperienza comune e condivisa. In questo contesto la “messa in scena della famiglia” può essere:

1) uno strumento di osservazione molto potente; 2) una rappresentazione di come funziona la famiglia; 3) il modo per ri-negoziare alcuni significati dell'esperienza “vita”; 4) un modo per socializzare, creando delle relazioni umane in un contesto gruppale; 5) un rimedio all'isolamento ed alla chiusura progressiva; 6) un canale attraverso il quale lasciar fluire le emozioni; 7) un continuo esercizio al problem solving ed all'osservazione, che stimoli nuovi modi di percepire la realtà e di superare le avversità.

Sembra chiaro a questo punto che il professionista che opera in questi contesti deve essere competente ed allenato a percepire la realtà anche attraverso le sue sfumature più nascoste. Inoltre deve essere allenato alla collaborazione e la cooperazione fra pari, al lavoro di gruppo. Non di secondo piano risultano essere le competenze organizzative, maturate nell'ottica dell'Ordine e dell'Appartenenza all'organizzazione dove si opera. Altro aspetto molto importante è la crescita personale a cui può aspirare ogni persona che vuole partecipare all'evento, senza necessariamente utilizzare il metodo nella propria professione. Infatti attraverso la partecipazione ai gruppi in cui si fondono formazione professionale e crescita personale, si può giungere a risultati ottimali per quanto riguarda il processo di “cambiamento” che può anche consistere nel cambiare il modo di vedere le situazioni o più semplicemente nel “vederle” uscendo magari da quegli schemi mentali che a volte non ci permettono di osservare cosa sta accadendo intorno a noi.

È chiaro che se noi disponessimo soltanto di un martello ci limiteremmo a cercare solo i chiodi , mentre se approfondiamo la conoscenza degli strumenti di cui potremmo disporre avremmo una visione più ampia dei fenomeni e delle situazioni, provando comunque nuove strade per affrontare dei problemi.

di Roberto Di Polito


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